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25 Apr Startup in Italia: quale situazione?

L’universo delle startup è sempre più variegato, e molte di queste trovano negli spazi dedicati al coworking il loro naturale luogo di incubazione. Facciamo il punto della situazione analizzando il panorama italiano.

In uno dei precedenti articoli abbiamo analizzato il rapporto tra coworking e innovazione, dando risalto al determinante ruolo degli spazi di lavoro condiviso per la nascita di nuove startup.

Cercheremo ora di approfondire la natura di queste startup e la loro caratterizzazione in Italia rispetto ad altre realtà.

Con il termine “startup” ci si riferisce all’operazione e al periodo durante il quale si avvia un’impresa.

Si tratta di un processo molto complesso che comprende al suo interno numerosi elementi, come l’idea di business, i finanziamenti e i finanziatori, la valutazione del settore di mercato più idoneo e i rischi connessi. Una grande “impresa” vincente, dovrà tener conto di tutti questi elementi per raggiungere il successo.

Gli incubatori di startup impiegano regolarmente gli spazi di coworking, non solo per controllare al meglio i loro investimenti, ma anche per stimolare l’apprendimento e la collaborazione all’interno della comunità di imprenditori. Parola d’ordine è dunque “comunità”: in un ambiente di coworking le startup devono sostenere sfide simili e avere una comunità o uno specialista a portata di mano può accelerare la risoluzione dei problemi.

Qual è la situazione delle startup italiane?

La fondazione americana Mind the Bridge ha condotto uno studio sulle startup nostrane, suddividendole in tre macrocategorie e ricavandone un’interessante analisi effettuata su un campione di 108 startup e 254 imprenditori (dati raccolti durante la Mind The Bridge Seed Quest 2012).
Tre profili, piuttosto precisi, ognuno dei quali possiede determinate caratteristiche.
Vediamo quali sono nello specifico.

Il 20% delle startup prese in considerazione, viene definita come “Techno startup” o “startup di prima generazione”. Create da giovani imprenditori con un background prevalentemente tecnico per lo più alla prima esperienza lavorativa, o da ricercatori provenienti da facoltà scientifiche (spin-off universitari).
I capitali necessari vengono raccolti principalmente tra i co-founder (spesso si tratta di un solo soggetto) e sono generalmente modesti. Siamo dunque di fronte a startup che rappresentano il primo passo di ingresso nel mondo del lavoro e di una nuova generazione imprenditoriale che non possiede ancora capacità di attrarre capitali e lanciare una nuova idea di business.
Queste aziende non sono quasi mai pronte a fare il cosiddetto “grande salto” ma non sono infrequenti casi in cui questo sia avvenuto, seppur con tempistiche medio-lunghe.

startup

Il secondo profilo emerso è quello delle “startup nate dalla crisi”, ossia avviate da ex impiegati che si sono trasformati in startupper, e sono ben il 50% del totale. Qui troviamo soggetti con lunghe esperienze lavorative ma scarsa attitudine imprenditoriale. È più che altro la necessità di reinventarsi nel mondo del lavoro e la ricerca di una realizzazione individuale che spinge queste persone a diventare dei lavoratori autonomi. Questa categoria è quella che maggiormente risente della mortalità dell’impresa, legata quasi sempre a una scarsa capacità di reperire capitali. Ciò non significa necessariamente che chi tenta la strada del lavoro autonomo perché rimasto senza un impiego, sia destinato al fallimento. I dubbi però ci sono, e l’analisi pare confermare queste previsioni. E’ quindi il caso di informarsi a dovere prima di partire evitando una dannosa improvvisazione.

Il terzo profilo, che comprende il 30% dei casi analizzati è definito come “startup scalabile”, guidato da imprenditori provetti. I punti forti fanno leva sull’elevato livello di istruzione dei founder, su un solido background manageriale e sulla capacità di attrarre ingenti capitali. L’elemento chiave è risultato essere l’eterogeneità dei co-founder, che crea un ottimo mix tra competenze tecniche e manageriali, indispensabili per lo sviluppo dell’idea di business. Questa appare l’unica categoria in grado di avere successo nell’immediato, perché i fondatori sono avvantaggiati da esperienza, istruzione, competenza di settore, conoscenze.

In conclusione, qualunque tipologia di startup si vada ad analizzare è possibile affermare che sia da cambiare il punto di vista “classico” che le vede come versioni “in piccolo” delle aziende consolidate. E’ necessario invece prevedere approcci e strategie innovative che si adattino al nuovo contesto economico e siano il più possibile ripetibili e sostenibili.

Siete degli startupper? Qual è la “mission” della vostra attività? Avete iniziato all’interno di uno spazio coworking? Raccontateci la vostra esperienza lasciando un commento a questo articolo.

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